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Quando nell' VIII a.C.
secolo cominciano a stabilirsi in Sicilia i primi
coloni greci, l'Isola già da molti secoli è
popolata, secondo quanto riporta lo
storico Tucidide, da Siculi, Sicani, Elimi e forse Fenici (nella Sicilia orientale i
Siculi, al centro i Sicani e a occidente gli
Elimi), Sicani ed Elimi probabilmente non sono
indoeuropei mentre lo sono sicuramente i Siculi, di stirpe
italica
con una lingua affine al Latino, provenienti dal Lazio con il loro
re Siculo. Secondo un'ipotesi, essi discendono da quelle genti che, tra
il Neolitico e l'Età del bronzo, invadono l'Europa
via terra,
fuggendo dalla zona del Mar Nero a causa di catastrofiche
inondazioni.
La storia della città di Alesa,
un nome (e un sito) assolutamente ignoto ai non specialisti, interseca sorprendentemente
i mutamenti che per 13 secoli hanno caratterizzato la geopolitica del
mediterraneo e dei suoi popoli, dal V secolo a.C. fino all'arrivo dei Normanni.
Le vicende della sua
fondazione si intrecciano con la storia dell'indomito e sfortunato principe
siculo Ducezio e del suo coraggioso tentativo di contrastare
l'egemonia delle colonie greche riunendo le ancora floride città dei
Siculi in
una confederazione. Nel 461 a.C. Ducezio,
a capo dell'esercito federale, dopo alcune vittoriose battaglie, fonda un
precario stato siculo costituendo capitale la città di Menaion
(Mineo),
nella Sicilia centro-meridionale. (448 a.C.). Siracusa, nella primavera
del 451 a.C., mette in rotta l’esercito dei Siculi a Nomai,
mentre
Ducezio, abbandonato dai suoi, si arrende ai Greci che lo esiliano a
Corinto
fattagli salva la vita. Il sogno di uno stato dei Siculi si dissolve, mentre Siracusa espande la sua influenza anche nella
parte centrale dell’Isola. A
Corinto, Ducezio ricomincia a sognare la libertà per la
sua patria e riorganizza la riscossa.
Così ritorna in Sicilia, nel 448 a.C come narra
Tucidide, con molti coloni raccolti nel
Peloponneso, e, con l’aiuto di Arconide I° signore di Erbite - autorevole monarca di certe popolazioni locali, amico degli Ateniesi -
fonda la colonia siculo-greca di Kalacte (in greco la bella
costa), nel luogo dell’odierna Caronia Marina. Da Kalacte, al
limite del territorio d'influenza di Siracusa, Ducezio
rilancia il suo proclama d'unità per la riconquista della libertà dei Siculi,
ma, ammalatosi, muore poco dopo. Con la sua scomparsa si estingue per
sempre l'utopia di una indipendenza sicula. I Siculi
però non si sono mai realmente arresi perché l'anelito all'autonomia non è mai
scomparso dall'animo dei Siciliani entrando a far parte del loro
inconscio collettivo. Occorre osservare tuttavia che dietro al
disegno dell'esiliato Ducezio c'è probabilmente la coincidenza
d'interessi con Atene,
che tende ad assicurarsi l'esclusiva negli scambi con la Magna Grecia e
l’Etruria. Atene agisce in antagonismo a Corinto e
quindi contrasta
la politica espansionistica di Siracusa, da sempre alleata di Corinto.
Ma nel 413 a.C. Atene, dopo averla invano assediata, viene
sconfitta
perdendo duecento navi, più di quarantamila uomini e insieme ad essi il suo storico scontro con Siracusa. Da questo momento Atene,
uscita per sempre dal novero delle grandi potenze,
si disinteressa del destino delle città alleate sicule e calcidesi. Siracusa
tenta allora di assumere la leadership di una Sicilia dei
Sicelioti finalmente svincolata da ingerenze
straniere. Nel mediterraneo, però, il
vuoto di potere lasciato dall'eclisse di Atene viene subito occupato da una
nuova temibile potenza: Cartagine. Nel 410 a.C. Cartagine
riprende la guerra contro Siracusa e le altre città greche occupando gran parte della
Sicilia occidentale e minacciando i Siculi
superstiti.

il simbolo di Ducezio
Fondazione di Alesa (403 a.C.)
Nel 403 a.C., in questo clima
geopolitico, Arconide II
signore di Erbite fonda Alesa. Arconide II
è
discendente di quell'Arconide I che aveva fondato assieme a
Ducezio la città di Kalacte al tempo in cui i
Siculi, alleati di Atene, cercavano di contenere l'egemonia di
Siracusa. Alesa
nasce invece, quarantacinque anni dopo Kalacte, nel
momento in cui il
siculo Arconide II° si allea con Siracusa per porre
freno ai Cartaginesi, attuali nemici comuni. Nel 405 a.C. Dionisio, appena acquisito il potere a Siracusa, non sentendosi abbastanza
forte, stipula astutamente un trattato di pace col cartaginese Imilcone.
Questi si impegna a ritirare dalla Sicilia il suo esercito,
facendo presidiare i
territori conquistati da mercenari campani. Ma, a Siracusa,
Dionisio aspetta solo di consolidare il suo potere interno per
iniziare una politica anti-punica. Per prima cosa
riconduce sotto il dominio greco le città calcidesi di Leontinoi,
Katane e Naxos, e assedia le città sicule
Enna ed Erbite. In tale occasione, narra
Diodoro Siculo, "levato il campo (da Enna), Dionisio tentò di
assediare la città di Erbite, ma (...) fece la pace con gli Erbitei e marciò con
l’esercito contro Katane. (...) Arconide, che era il capo di Erbite, dopo la
pace conclusa dal popolo di Erbite con Dionisio decise di fondare una città.
Aveva a disposizione parecchi mercenari e una folla eterogenea che si era
riversata in città durante la guerra contro Dionisio, inoltre anche molti poveri
di Erbite gli avevano promesso che avrebbero fatto parte della colonia. Prese
quindi con sé questa folla accorsa e occupò una collina a otto stadi di distanza
dal mare e lì fondò la città di Alesa: ma siccome in Sicilia c’erano altre città
omonime, la chiamò Arconidion dal suo stesso nome. (...) ma alcuni dicono che
Alesa fu fondata dai Cartaginesi, al tempo in cui Imilcone fece la pace con
Dionisio”. In effetti due anni prima
della fondazione di Alesa da parte di Arconide II°,
il cartaginese Imilcone aveva già costituito negli stessi luoghi un presidio
di Mamertini (mercenari campani) allo scopo di controllare il
primo punto sulla costa nord della Sicilia, dopo Cefalù, in cui vi era un porto.

il sito in cui si trovava il porto naturale di
Alesa
E' possibile ipotizzare che
Arconide II, durante l' assedio della sua città, compreso il maggiore
pericolo rappresentato da Cartagine, effettui un ardito (per
quanto, in avvenire, non infrequente nella storia patria) ribaltamento del
fronte, barattando la tradizionale politica antigreca di Erbite con la
possibilità, per i Siculi, di sopravvivere in funzione anticartaginese. Fonda
quindi una nuova città sulla costa cui afferisce il suo territorio, popolandola con genti
sicule prive di patria, in un sito strategicamente molto importante
per via dell'approdo naturale e per essere al confine col territorio controllato dai
Cartaginesi. Il termine Alesa sembra derivare dalla
radice greca Alè (dal verbo alaomai che indica l'incerto vagare), con cui i coloni greci
chiamano le popolazioni sicule che vagano dopo essere state scacciate dalla loro patria
d'origine. E' facilmente comprensibile come i primi coloni siano molti tra i Siculi
di ogni provenienza che erano confluiti
a Erbite, scacciati dai Greci dalle loro terre.
Tale ipotesi è avvalorata inoltre dalla presenza ad Alesa del culto del dio
Adrano, nume tutelare dei Siculi della
Sicilia orientale.
moneta punica con nave
Alesa tra Cartagine e Siracusa:
Il "boom economico" della
costa nord nel IV secolo
L'impianto di Alesa,
nel IV sec. a.C., avviene nel momento in cui, nel mondo mediterraneo caratterizzato dalla crescente importanza
del litorale etrusco-latino,
si impone la rotta tirrenica quale direttrice privilegiata degli scambi
commerciali. Questa viene a sostituire la rotta meridionale nei
traffici tra est e ovest e tra nord e sud. Accade così che gli
insediamenti della costa settentrionale della Sicilia si trovano
ora lungo
una direttrice fondamentale per le relazioni con tutto il mercato mediterraneo.
Questo fatto nuovo avviene dopo che, per secoli, queste città sono state state tagliate fuori
dagli itinerari commerciali, dopo la fine della talassocrazia eoliana che
consegue alla scomparsa del mondo
miceneo.
Il grande progresso
che deriva dalle nuove opportunità economiche, porta a una radicale trasformazione dell’assetto territoriale
che migliora improvvisamente le condizioni di vita della popolazione. Le città costiere come
Alesa, situate tutte, non a caso, in corrispondenza dei pochi approdi del
litorale, divengono i punti in cui converge la produzione del territorio. L’economia
dell'Isola, basata sui prodotti dell'agricoltura e della pastorizia, si apre a
un mercato esteso a tutto il bacino mediterraneo attraverso strade
frumentarie come quella che, dal centro della Sicilia,
incontra il mare seguendo il
corso del fiume Aleso (oggi Tusa). A questo proposito occorre
ricordare come una delle monete di Alesa rappresenti una colonna
sormontata da un cane: le colonne erano poste nell'antichità all'inizio e alla
fine delle strade, mentre il cane, animale sacro al dio siculo Adrano, indica il ruolo di tutela rappresentato sulla stessa via dalla città
di Alesa, che di Adrano manteneva il culto.
Un
cane che sormonta una colonna è, da sempre, il simbolo di Tusa,
fondata dagli Alesini. In Sicilia durante il IV secolo un tumultuoso sviluppo
economico interessa le città
nuove della costa tirrenica, tra cui Alesa. Moltitudini di pastori
e agricoltori tendono a
inurbarsi, mentre cresce rapidamente un forte ceto di commercianti che si
accaparra la produzione delle zone interne dell'isola in attesa di
distribuirla lungo le rotte del Tirreno. Proporzionalmente all'aumento
degli abitanti e della ricchezza, cresce il peso politico delle nuove città. In tal
modo non appena Siracusa si indebolisce, in seguito alla morte di
Dionisio I, e alle seguenti lotte interne per il potere (366
a.C.), Alesa subito rivendica la propria autonomia. Tale evento è
suffragato dalle prime coniazioni di monete proprie. Vengono battute così le prime
monete alesine: esse raffigurano sul d. Testa di Sikelia
(divinità sicula, da identificarsi con la Grande Madre) e sul r.
Eracle nudo, con arco, clava e spoglie di leone, oppure inginocchiato
con l'arco (a Ercole erano devoti i mercenari campani).

Alesa e la lega di
Timoleonte (344-317 a.C.):
L'epoca ellenistica
Intanto Siracusa, a
causa delle discordie interne, stava perdendo il suo ruolo-guida nell'isola a
vantaggio dei Cartaginesi. Gli alleati Corinzi
nel 344 a.C. inviano in Sicilia, in aiuto della città greca, un piccolo esercito
comandato da Timoleonte. Questi riesce nell'intento di restaurare
la supremazia dei Greci nella Sicilia orientale. Egli costituisce
la Symmachia, un'alleanza militare e politica
in funzione anti-punica. Dato che tale alleanza rispetta l'identità dei
confederati, alla Symmachia partecipano non solo tutte le città
greche, ma “anche molte città dei Siculi, dei Sicani e delle altre
popolazioni soggette ai Cartaginesi". Timoleonte
elegge protettore della lega Zeus Eleutherios (protettore della
libertà). La sua effigie sulle monete della Symmachia sta a
indicare la volontà di piena sovranità dei Greci sulla
Sicilia contro l’ingerenza cartaginese. Alesa aderisce
alla Symmachia e, situata come è proprio al confine con l’eparchia
cartaginese, diventa un punto strategico di estrema importanza. Gli Alesini
detengono nella lega un posto eminente, essendo la loro città fin
dall'inizio del IV secolo (dal trattato del 392 a.C. fra Siracusa
e Cartagine) il vero baluardo della Sicilia greca contro
l’espansionismo cartaginese nel basso Tirreno. Questo periodo è testimoniato
dalla coniazione, fra il 344 e il 336 a.C., di varie serie di monete alesine che recano la
scritta in
lingua greca "ALAISINON SYMMAXIKON" (Simmachia Alesina),
a indicare le monete federali coniate dagli Alesini. Queste
monete raffigurano al d. Zeus Eleutherios oppure Apollo Archeghetas
(guida dei colonizzatori, venerato nel santuario di Delfi). Le
spighe e la fiaccola, rappresentate invece sul rovescio di queste monete, sono i
simboli di Demetra e Core (divinità sicule), e alludono al
ruolo di
Alesa come produttrice ed esportatrice di grano.
Come si è detto, Alesa è situata sulla foce di una importante fiumara che, penetrando nella
Sicilia interna verso Capition, Erbite, Enna, Agira e Assoro,
convoglia la produzione frumentaria di una vasta porzione delle zone
interne. Tale via si raccorda poi con le strade che, aggirando le pendici del vulcano
Etna, permettono l'accesso alle fertili pianure orientali di Katane
e, più a sud, al territorio di Siracusa. La fine del IV secolo
vede comunque Alesa lontana dai luoghi in cui avviene lo scontro tra
Siracusa e Cartagine.

La seconda metà del IV sec.
a.C. rappresenta il periodo di massima prosperità di tutta la storia antica e
moderna della costa nord della Sicilia. Ad Alesa questa prosperità
corrisponde a un notevole sviluppo demografico e a una intensa attività edilizia
che si concretizza specialmente in edifici pubblici che rappresentano la
cospicuità raggiunta. In questo periodo, la città assume un aspetto urbanistico
definitivo, è infatti del IV secolo la cinta muraria che circonda tutta la collina su
cui sorge la città. In essa sono evidenti numerosi restauri susseguitisi nei
secoli, in quanto il materiale da costruzione era costituito dalla fragile
pietra arenaria che si trova in loco. L'uso di questo materiale ci spiega la
difficoltà attuale di ritrovare grandi edifici monumentali integri. Sono da attribuire a questo
periodo le tabulae alaesinae, due lastre di marmo
ritrovate nel 1558 in cui è scolpita, in lingua greca, la descrizione
dettagliata del territorio della città con tutti i suoi edifici pubblici.
Questi veri e propri documenti catastali andarono successivamente smarriti dopo
essere stati custoditi presso i Gesuiti di Palermo fino al sec. XVIII.
Per fortuna esiste una loro copia fatta dal primo studioso di Alesa:
G. Lancillotto Castelli, P.pe di Torremuzza. Allo stesso arco di tempo
viene ascritta da più fonti la partecipazione degli Alesini a una
lega tra 17 città dell'Isola che hanno il compito di difendere a turno, con
armati, il Santuario di Venere Ericina. Questa dea, ipostasi
della mai dimenticata triplice dea matriarcale cui è sacra la
colomba, ha il suo sacello sulla cima del monte omonimo. Il tempio di Venere
a Erice, noto in tutto il mediterraneo e ben visibile ai naviganti in transito nel canale di Sicilia, è il luogo ove le
sacerdotesse praticano la prostituzione sacra. Nel grande scacchiere mediterraneo,
nello stesso tempo, la Roma repubblicana comincia la
sua parabola ascendente opponendosi a Cartagine con la forza
delle armi.
Alesa e la Roma rebubblicana:
le guerre puniche
Siracusa,
essendosi indebolita sempre più, nel 289 a.C., alla morte di Agatocle, cade sotto la tutela dei
soldati di ventura Mamertini, che si spingono a occupare
Messana e a imporre tributi su tutta la costa dei Nebrodi
fino ad Alesa. Dopo un primo momento di riscossa i
Siracusani comandati da Gerone tentano inutilmente di
riprendere Messana dopo aver liberato la costa settentrionale
dell'Isola. I Mamertini ricevono l'aiuto interessato
dei Cartaginesi, felici di controllare finalmente il traffico
sullo Stretto. Intanto Alesa guarda con rinnovato timore ai
successi dei Cartaginesi, che dilagano nell'Isola e
spadroneggiano a Lipara,
Tindari e Messana. Ma le legioni romane sono
già in Calabria a Regium, pronte a
intervenire. L'occasione è data dai Mamertini
che, mal sopportando i Cartaginesi, consegnano la città dello
stretto a Roma. E' l'inizio della prima guerra punica. Per
le città come Alesa non c'è più tempo da perdere: i tradizionali
alleati Siracusani combattono ora contro i Romani assieme ai
Cartaginesi,
occorre scegliere ed in fretta. Così quando i Quiriti assediano Centuripe nel 263 a.C., Alesa
sceglie, prima tra tutte le città siciliane,
l'al leanza con Roma. L'ingresso della città nella sfera di Roma
è testimoniata dal conio di monete recanti sul d. Testa di Apollo e sul
r. due mani che si stringono a simboleggiare il patto.
Successivamente alla sanguinosa
conquista romana di Lipara e Tindari, lo scontro tra
Roma e Cartagine si sposta dal Tirreno al canale di
Sicilia. Nel 228 a.C. tutta la
Sicilia, ad eccezione di Siracusa, è nelle mani dei Romani,
che la
dichiarano Provincia. Al successivo assedio
di Siracusa parteciperanno anche truppe alesine.
Sotto i
Romani le città siciliane vengono divise in quattro classi
amministrative, secondo il loro grado di fedeltà.
Alesa, per
quanto inserita come città di seconda classe,
mantiene il diritto di eleggere
propri magistrati ed è esente dal pagamento della decima assieme a
Segesta, Centuripe, Alicia e Panormo. Cicerone (Cic. Verr. III
6, 13) dice che Alesa "... sebbene non federata è
da considerarsi immune da ogni imposta e libera". L'alleanza con Roma
frutta ad Alesa la nomina a civitas immunis ac libera tra
la fine della prima guerra punica e l’inizio della seconda.
Con l'immunitas gli alesini sono esenti dall’obbligo di versare allo stato il 10%
dell’intero raccolto, ma non sono esentati
(immunes) dalle alterae decumae, cioè dal frumentum emptum
(“acquistato”) oppure dal frumentum imperatum
(cioè “comandato”- requisito in casi eccezionali) e dal portorium
(un dazio del 5% imposto sul valore delle merci in entrata o in uscita dal suo
porto). La
libertas è pieno rispetto dell’autonomia e delle tradizioni
locali della città e, grazie a questa, gli abitanti di Alesa
continuano a godere, nei rapporti interni di diritto privato, del loro
ordinamento: la città, non dipende dal pretore provinciale ma viene governata
dai propri magistrati e dal suo senato, che può liberamente essere eletto. La costruzione della
via Valeria (fine del III sec. a.C.) e il definitivo stabilirsi
della pax romana, comportano la sicurezza e la
facilità degli scambi commerciali, inaugurando un periodo che dovrebbe essere
prospero.
La nascita del
latifondo: il "sessantennio felice" (201-139 a. C.) e le rivolte servili (139-132 ca. a.C. e 104-99 ca. a.C.)
L'appartenenza della
Sicilia all'orbita
di Roma, se da una parte si traduce nella fine delle guerre, dall'altra reca in sé i germi
economici della decadenza. Alesa gode ancora,
in età repubblicana, di una buona situazione economica,
come dimostra la presenza in città di mercanti italici, documentata
nell'epigrafe di un monumento eretto intorno al 193 a.C. in onore del
governatore Lucio Cornelio Scipione.
Diodoro Siculo definisce
come il "sessantennio felice" il periodo compreso tra la fine della
seconda guerra punica (201 a.C.) e la prima rivolta servile
(l39 a.C.). Questa felicità tuttavia deve essere riferita
solo all'assenza di guerre, perché proprio in questo periodo inizia il razionale
e sistematico sfruttamento dell'Isola
da parte degli invasori di turno, con
ricadute storiche, sociali ed economiche che giungono ai nostri giorni. La Sicilia
tutta diviene,
per imposizione dei nuovi padroni, una immensa monocoltura: il "granaio del
popolo romano". Crollano così tutte le avviate attività commerciali, mentre
si assiste al progressivo organizzarsi della proprietà terriera in vasti
latifondi posseduti da poche famiglie. La coltura di tali vastissimi
territori è resa possibile solo dal lavoro forzato di decine di migliaia di
schiavi. A seguito delle conquiste romane a oriente, intere popolazioni vengono
deportate in Sicilia per lavorare tutto il giorno nei latifondi. La condizione
di schiavo in Sicilia è, se possibile, ancora peggiore che negli altri territori
sottoposti a Roma. Il loro trattamento è disumano: essi sono tutti marchiati a
fuoco, sorvegliati da aguzzini, costretti la notte negli ergastula,
vasti locali comuni simili a carceri. Il mutato sistema di
produzione, d'altra parte, causa la scomparsa della piccola proprietà contadina,
mentre la classe degli artigiani e dei commercianti viene spinta verso il basso
fino alla condizione servile. Ecco perché quando, intorno al 139 a.C., scoppia
in Sicilia la prima rivolta servile, gli schiavi trovano appoggio
in vasti strati della
popolazione siciliana. In ogni caso, per quanto è dato sapere, Alesa, assieme alle altre città della costa
settentrionale
dell'isola, viene coinvolta solo a
margine dalla rivolta dei disperati che,
nel 139-132 e nel 104-99 a.C., osano ribellarsi al potere di Roma andando
incontro a dure repressioni. In tale periodo tuttavia,
Alesa, ancora florida, vede l'inurbamento di un certo numero di stranieri,
attratti dai benefici elargiti alla città dai Romani. Dall'Urbe stessa si trasferiscono ad Alesa
alcuni elementi
di famiglie patrizie quali i Marcelli, i Clodii,
gli Scipioni e i
Filone, per cogliere le opportunità derivanti dagli investimenti
del capitale.
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alcuni reperti archeologici della zona di Alesa (collezione privata) |
I propretori:
Claudio Pulcro (96 a.C.) e Verre (73-70 a.C.)
All'inizio del I° secolo a.C. la città è teatro di
controversie per la gestione della cosa pubblica da parte di gruppi sociali
contrapposti. Sappiamo che, nell'anno
96 a.C., essendo il Senato di Alesa inquinato da membri indegni
o troppo giovani e inesperti, Claudio Pulcro, pretore di Sicilia,
dopo aver consultato i Marcelli (allora patroni dell'isola),
emana una legge che regola l'accesso alle cariche pubbliche della città. in
questa contesa è possibile leggere
l'eco di lotte interne tra una classe di nobili ed anziani cui si oppongono
uomini nuovi e giovani, desiderosi di ottenere la propria parte di potere.
Nel 1748 il
Lancillotto Castelli erroneamente ravviserà la figura di tale magistrato nella statua romana ritrovata,
alla fine del sec. XVII, tra le rovine di
Alesa (per stile invece attribuibile ad una cronologia posteriore
di quasi due secoli). Alesa balza ancora agli onori della cronaca in epoca
repubblicana, quando (dal 73 al 70 a.C.) il corrotto Verre, propretore in
Sicilia, taglieggia a tappeto tutta l'Isola impadronendosi di moltissime opere
d'arte e accumulando una smodata ricchezza. Non è da credere però
che quello di Verre sia un caso isolato: la corruzione dei governatori
rappresenta la norma, questo soggetto è solo più esoso degli altri. Le città
siciliane sono costrette a ricorrere presso il potere centrale di Roma mediante
il patrocinio del prestigioso oratore Marco Tullio Cicerone.
L'avvocato delle città siciliane, denunzia i
ladrocini
del governatore nelle Actiones contra
Verrem. In queste arringhe leggiamo come Alesa sia
sottoposta, al pari delle altre città dell'isola, alle malversazioni di questo
magistrato. La vicenda di Dione di Alesa è sintomatica del
comportamento di Verre: non appena egli giunge in Sicilia
(evidentemente arriva già preparato) contesta pretestuosamente a Dione un'eredità per potergli estorcere una somma molto
ingente. Durante la pretura di Verre si arriva al punto che ad Alesa chiunque, anche un giovanetto sedicenne, possa acquistare le cariche pubbliche: basta
pagare! Cicerone, nel perorarne le ragioni, nel corso del
processo contro Verre, descrive gli
alesini
come "i
nostri alleati più antichi e fedeli...". Egli, nel preparare
le sue arringhe, si reca personalmente ad Alesa per documentarsi e in tale occasione
conosce il senatore alesino Enea, incaricato dal senato della città di
informarlo circa i fatti del processo, che descrive come homo summo ingenio, summa prudentia, summa auctoritate praeditus” (Cic. Verr. III 73,
170-171).
In epoca repubblicana
Alesa, assieme a Kalacte, Amestrato ed
Erbite, provvede
alla difesa della costa siciliana centro-settentrionale contro
la piaga rappresentata dai pirati. Da un'iscrizione sappiamo di una vittoriosa
battaglia navale combattuta dalla flotta comandata da Canino Nigro e costituita da legni ed equipaggi delle
stesse città.
La Guerra Civile e la fine della
Repubblica
Gli ultimi anni della
Repubblica, con le tante conquiste territoriali, vedono scemare l'importanza della
Sicilia come principale fornitrice di grano per Roma. L'economia siciliana subisce
un ulteriore rallentamento.
La guerra civile tra
Ottaviano Augusto e Sesto Pompeo (43-36 a.C.) seguita
all'assassinio di Cesare, vede tutta la
Sicilia terreno di scontro tra le opposte fazioni. Come sempre le
città dell'Isola devono tornare a
barcamenarsi tra stranieri potenti.
In tale occasione il territorio di Alesa viene devastato dalle legioni dei
Triunviri (Antonio, Lepido e Ottaviano)
allo scopo di impedire i
rifornimenti alla flotta di Pompeo.
    
L'età imperiale
(sec. I d.C. - V d.C.)
Al tempo di Augusto
Imperatore, Alesa
perde i privilegi di cui aveva goduto durante la Repubblica e
viene ridotta al rango di città stipendiaria: è soggetta cioè a uno
stipendium da versare in denaro. Ottiene lo status di Municipium che assicura agli Alesini gli stessi diritti dei cittadini
romani,
ad eccezione dei diritti politici, essendo
inoltre i cittadini
obbligati a contribuire con truppe
regolari alla difesa e a fornire vettovaglie, armi, carri e navi. La città conserva
però un' ampia autonomia amministrativa, governandosi attraverso propri
magistrati. Pur essendo presente una certa residua prosperità economica, in
questo periodo Alesa
conia le sue ultime monete, segnando l'inizio di una
decadenza lenta e progressiva. A livello urbanistico, in questo periodo
l'edilizia si attesta su una maggior cura per le abitazioni private, mentre si
esaurisce la costruzione dei grandi edifici, significanti la
potenza cittadina. L'edilizia pubblica si indirizza, in accordo a quanto vuole
Roma, verso la realizzazione di manufatti utili alla collettività: ponti, strade, acquedotti,
terme e canalizzazioni. Il geografo Strabone,
nel I sec. d.C., menziona Alesa tra le 11 più
importanti città dell'Isola: in realtà la sua è ormai una stenta
sopravvivenza. In Sicilia, concluse le guerre civili, col rinnovato
incremento del latifondo che consegue alle confische, la popolazione inizia ad
abbandonare gli agglomerati urbani. In età imperiale il
territorio tende progressivamente ad organizzarsi sempre più intorno alle massae fundorum,
immense estensioni agricole aventi come centro la sontuosa villa di un
patrizio. I geografi del terzo e quarto
secolo d.C., come nell'itinerarium Antonini, continuano ad indicare Alesa
tra i luoghi notevoli di Sicilia, ma accanto si leggono i
nuovi toponimi con la desinenza in -ana come Petiliana, Furiana,
Marciana eccetera, a indicare l'attuale
crescente importanza degli agglomerati, organizzati intorno a una villa, che prendono
il loro nome dal proprietario.

pavimentazione musiva
rinvenuta nella villa romana di epoca tardo-imperiale di contrada Lancinè
(Tusa)
La caduta
dell'Impero, La Chiesa di Roma, i barbari e i bizantini (V-VII sec. d.C.)
Con la caduta dell'Impero
Romano, (476 d.C.) la nascente Chiesa cristiana tende
lentamente a sostituirsi alle vacillanti istituzioni romane, subentrando alla
burocrazia imperiale nell'esercizio del potere amministrativo.
Mentre il mondo
tardo-antico della classicità si dissolve, la Chiesa
progressivamente sostituisce l’aristocrazia romana nella gestione economica dei
latifondi. I monasteri
sostituiscono le ville nel ruolo di centro del territorio, mentre il clero
invade tutti i ruoli chiave della vita amministrativa. Alesa, alla fine del IV
secolo, è sede vescovile, segno della sua costante
rilevanza. In Sicilia,
a metà del V secolo, iniziano le incursioni dei barbari. L'Isola
viene occupata dai Vandali di Genserico che la
cedono a Odoacre. Quindi passa ai Goti di
Teodorico (493-526) per essere poi conquistata dal generale bizantino
Belisario nel 535. La Sicilia torna così ad essere greca.
In contrasto alla difficoltà con cui si era realizzata la latinizzazione
dell'isola, la lingua greca si sostituisce rapidamente al
Latino in ogni classe sociale (in effetti i Sicelioti erano rimasti bilingui). Nel VII secolo Gregorio
di Cipro indica ancora Alesa tra le più importanti città dell'Isola.
Il Sinodo di Roma dell'anno 649 vede la partecipazione di
un Vescovo d'Alesa che ha il singolare nome di Calunnioso.

mappa alto-medioevale della Sicilia realizzata su copie di mappe
di età imperiale
Agli inizi dell’ottavo secolo
la Sicilia entra totalmente nell'orbita bizantina anche dal
punto di vista religioso, oltre che politico, fino ad
arrivare alla
scissione promulgata
nel 733 da Leone III Isaurico, della Chiesa siciliana da Roma. Nell'870, al
Concilio della Chiesa d'Oriente
a
Costantinopoli, partecipa
un Antonio, vescovo metropolita di
Alesa.

mosaico
della basilica di S. Vitale a Ravenna
L'incastellamento,
l'avvento dell’Islam (750-850) e la fine di Alesa
E'
opinione comune che la
fine di Alesa, come quella di altre antiche città dell'Isola, sia stata
causata dall'invasione islamica. In realtà, quando giungono i conquistatori
islamici, le antiche città sono solo involucri
vuoti. L'abbandono degli antichi
siti deve piuttosto essere messo in relazione a fattori economici e
politici. Gli ultimi anni del periodo bizantino, in reazione
alla minaccia musulmana, sono caratterizzati da un rapido processo d'incastellamento. Le
antiche, e spopolate, città vengono progressivamente
lasciate deserte
per luoghi più facilmente difendibili. Nel caso specifico di Alesa
questo processo viene probabilmente accelerato dalla concomitanza di una catastrofei
naturale (si ha notizia di un terremoto che colpisce la zona nell'anno 856).
Durante
l'occupazione araba la Valdemenna
(o Valdemone), ove si trova Alesa, rappresenta il luogo ove la
resistenza della popolazione è più forte. Tanto che gli aggressori durano 135 anni per
completarne la conquista. Questa parte della Sicilia non verrà
mai presidiata in armi, piuttosto gli Islamici si accontentano di sottoporre questi
paesi a
tributo in qualità di Dhimmi. Non sono comunque registrate battaglie degne
di nota nel
territorio di Alesa durante l'invasione.
Ibn al Atir, storico arabo del XIII secolo, riferisce di un drappello
musulmano che, nel percorrere la via che segue il corso
dell'Aleso nell'anno 221
dell'Egira (il nostro 835 d.C.), è messo in fuga dal sopraggiungere di aiuti dalla
città mentre saccheggia il territorio di una località che chiama Q.s.t Lyàsah,
che potrebbe essere proprio Alesa.
La riconquista
normanna (1061)
I Musulmani
tengono questa parte della Sicilia fino al 1061, anno in cui
il normanno Roberto, detto il Guiscardo (cioè l'astuto),
occupa la costa dei Nebrodi e stabilisce “pour
la defìnsion de li Chrestiens” un presidio a Demenna. Grazie al favore della
popolazione locale, da sempre greca, ai Normanni bastano due anni per conquistare il
Valdemone, contro i trenta che occorreranno per piegare la resistenza
araba nel resto
della Sicilia. Al loro arrivo i nuovi conquistatori
valorizzano il monachesimo basiliano e latino, utilizzandolo come
cinghia di trasmissione del consenso. I monasteri,
caduti in rovina durante la dominazione araba, vengono ricostruiti,
mentre se ne fondano di nuovi che diventano presto grandi e potenti per i
lasciti testamentari e le esazioni delle decime. Quando, dopo il 1090,
sulle rovine di Alesa viene edificato il monastero benedettino di
S. Maria de’ Palati, il luogo inizia
a essere
connotato con il
nome di questa istituzione religiosa, mentre della ultramillenaria storia di Alesa non
resta neppure il ricordo. Il grande viaggiatore
e geografo arabo-spagnolo Al Idrisi che visita la Sicilia
normanna nel XII secolo, e descrive i luoghi nel suo Libro di Ruggiero, ovvero il piacere degli uomini e
il diletto delle anime, neanche menziona il toponimo:
"(...) Da Cefalù
alla
fortezza di Tuz'ah (cioè " la nuova" oggi Tusa:
n.d.a.)
una giornata leggiera. Questa fortezza è di costruzione primitiva e di sito difendevole. Le s'attacca un quartiere abitato.
Fortezza e borgo sono posti in cima d'un monte isolato, al quale non s'arriva se
non per aspri sentieri e cammini quasi impraticabili. Ma gli si stende d'ogni
intorno un vasto terreno, grasso, fertile, eccellente, molto adatto a seminati e
ad altre culture. Tuz'ah si scosta dal mare due miglia, poco più, poco meno. Da Tuz'ah alla fortezza di Qal'at 'al qawárib ("la rocca delle
piccole barche") dodici
miglia. Questa alta rocca è di antica fondazione [anzi] primitiva. La cinge in
cerchio un borgo assai popolato; fertili sono le sue terre da seminare;
abbondanti i prodotti; copiose le acque. Avvi anche, ad un miglio e mezzo
all'incirca dalla fortezza, un porto frequentato, nel quale le navi possono
ancorare e prendervi i carichi. (...)"
Tusa e il suo "carricatoio":
elaborazione grafica di un dipinto, del 1577, di Pietro Rogerio
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in rete:
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